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Giovanni Bartolena

1866 - 1942

Biografia

Giovanni Bartolena
Nasce a Livorno il 24 giugno 1866 da famiglia benestante. E nipote di Cesare Bartolena, pittore di genere, apprezzato per ritratti e scene di battaglia, che lo guida nella prima coltivazione della sua predisposizione artistica, spronandolo a perfezionarla alla Scuola libera del Nudo all'Accademia di Firenze sotto l'insegnamento dell'amico Fattori. Giovanni vi si trasferisce nel 1887, ma mostra di preferire le distrazioni offerte da una vita mondana più vivace di quella livornese. Fattori non tollera questo comportamento e lo espelle dai corsi, solo in seguito consentendo alle pressioni dell'amico Cesare per riammettere il giovane che, non tralasciando del tutto di godersi quanto la gioventù e una certa disponibilità economica gli consentono, si mette però in riga e lavora, tanto da farsi prendere in simpatia da Fattori e da entrare così in relazione con gli artisti del Caffè Michelangiolo.
Il suo esordio espositivo è nel 1892 alla Promotrice di Torino, nel 1893 ha due dipinti alla mostra della Società di BB. AA. di Firenze. La sua pittura raffigura la campagna livornese, marine e soprattutto cavalli, in genere povere rozze da barroccio o in pascolo solitario, animali che ama e che saranno sempre presenti nella sua pittura.
Intorno al 1890 le risorse economiche della famiglia subiscono un tracollo e Bartolena deve trovare nell'arte i mezzi per vivere. Torna nel 1896 a Torino alla I Triennale d'Arte. Cerca nel 1898 a Marsiglia un successo che non trova e torna presto in Italia.
Partecipa nel 1901 alla III Esposizione d'Arte a Livorno con una scultura (Cavallo morto), soggiorna per qualche tempo a Lucca e a Firenze. Nel 1915 vive in Versilia, ospite di Nomellini a Fossa dell'Abate poi rientra a Livorno in casa del fratello, ma è una convivenza fastidiosa per il disordine e le eccentricità del suo modo di vivere.
Nell'ambiente del Caffè Bardi è tra le figure solitarie, come altri geloso delle sue manie e lui, con ai piedi le eterne galosce, trasandato per povertà e per indole, non invita più di tanto a fraternizzare; però è uomo semplice e puro e per questo amato dai colleghi.

Nel 1917 il direttore de II Corriere di Livorno, Paolo Fabbrini prende a sostenerlo acquistandogli con regolarità la produzione e mettendogli a disposizione un cascinale nella campagna di Campolecciano a nord di Livorno; da allora questo paesaggio diventa un topos delle sue tematiche figurative. Il periodo di tranquillità economica corrisponde per la sua pittura a una felice stagione artistica: il paesaggio di Campolecciano punteggiato di pini, nature morte d'intensa cromia, vedute urbane di forte impianto compositivo.
Nel 1925 il suo nuovo mecenate è il commerciante di stoffe Cassuto che lo sprona a lavorare molto e nel 1927 Bartolena, che ha ormai sessantenne, espone tutta la produzione disponibile nella sua prima personale che fa a Milano alla Galleria L'Esame, diretta da Enrico Somare. Carlo Carrà ne scrive con molto apprezzamento su L'Ambrosiano; la sua pittura incontra il favore del collezionismo lombardo ed emiliano; Raffaello Giolli ne analizza i contenuti d'innovazione espressi nel solco di una solidità d'impianto classico; agli elementi di chiara valenza novecentista che la pittura di Bartolena propone altri guarderanno, specie in Lombardia.
Anche questo momento di successo forse gli rende ormai insopportabili le crescenti pressioni mercantili che gli fa Cassuto, dai quali si separa nel 1929. Dopo la personale del 1927, espone nel 1930 alla XVII Esposizione Biennale d’Arte di Venezia, nel 1931 alla Quadriennale di Roma e alle mostre annuali in Toscana. Le sue risorse economiche sono molto modeste, quando si riprende è sempre con alterne vicende e con angustie che il carattere scontroso e solitario non gli rende più lievi. Dal 1929 al 1935 vive ospite della famiglia Doveri a Livorno e quando comincia a veder qualche soldo, si ammala e muore per un'infezione intestinale all'ospedale di Livorno il 16 febbraio 1942.

G. Magonzi in Catalogo il Caffè Bardi di Livorno (1909 – 1921) Le arti all' incontro, a cura di G. Magonzi e M. Pierleoni, Galleria d'Arte Athena, Livorno, 20 settembre - 15 Novembre 2008.




Critiche: testo critico scritto da Paolo Toschi la pubblicazione
Gli Arrisicatori del 1926.

P.Toschi in gli Arrisicatori, Livorno, Novembre.

Come certe giornate che verso il tramonto si rischiarano acquistando una serenità di cielo intensamente colorata e luminosa, così la vita di Giovanni Bartolena dopo una giovinezza spensierata e una maturità tempestosa sembra ritrovare soltanto ora il suo equilibrio in una esistenza calma e contenta del poco; in un periodo di felice attività pittorica.
Certamente mai come in questi ultimi tempi , Bartolena ha dedicato all’arte tutto se stesso, lavorando con fervore, con serietà, con tenace passione e mai forse come ora si è sentito così felice nella libera espansione delle sue spontanee qualità di artista del colore.
Ciò con un fenomeno tutt’altro che infrequente negli ingegni italiani (basti ricordare per la musica Verdi, per la pittura Grubicy, per la poesia Carducci) l’inoltrata maturità dello spirito ha donato all’artista la limpidità e il perfetto equilibrio tra la visione interiore e il possesso dei mezzi espressivi. In tutti questi casi si tratta di temperamenti forti, in cui le qualità artistiche erano profondamente radicate e per venire alla luce nella loro interezza hanno dovuto fare un lungo cammino sotterraneo.
5 Non sarà inutile ricordare che uno zio di Bartolena è stato un pittore valoroso; e anche il nostro Bartolena è della vecchia ceppa, dei pittori d'istinto, dei pittori « tutto occhio » forniti di una cultura molto limitata, contenti di una vita spirituale piuttosto povera, senza tormenti senza ansie, senza grandi sogni, ma con sicura padronanza di mezzi, e sincerità e spontaneità d'ispirazione.
Fuori della caterva dei pittori snobisti, arrivisti, camorristi, mestieranti di basso e di alto bordo, fa piacere, incontrare ancora un pittore di vecchio stampo, che vive appartato, che lavora con assoluta sincerità, che non si occupa di gridare al pubblico la propria merce.
Ecco le sue opere:  contemplandole noi proviamo gioia. Se poi vogliamo misurarne di colpo il valore, mettiamole pure accanto alle opere sapienti e premeditate di qualcuno di quei pittori che le arie di genii: « chi ne busca » sono queste ultime.
Per dirla con linguaggio comune del pittore, Bartolena dipinge paesaggi, cavalli, fiori. nature morte ». Egli ama le cose che dipinge, le vive, e quindi le possiede. Nella sua vita varia e movimentata, Bartolena ha fatto anche il mercante di cavalli, e. per un orato periodo, qualche cosa di ancor più umile, il cavallaro. Fra tutti i pittori di cavalli credo che non ed sia nessuno che abbia vissuto, così da vicino, i propri soggetti. Quando egli li disegna o li dipinge sentiamo che ci mette della simpatia, anzi vorremmo dire dell'affinità.
Ciliegie marchiane e susine claudie e cedri di serra e mazzi di rapini rossi e grappoli d'uva lugliatica e bei cavolfiori dalle larghe foglie verdi crescono nella sua fantasia più rigogliosi che in un orto ben coltivato; e violette, giunchiglie, garofani, oleandri fioriscono sulla sua tela come su da un'aiuola, da lui creati di getto con la facilità di rievocazione con cui noi richiamiamo una data cosa con una data parola.
Più ancora egli gode quando si tratta di rappresentare i pesci, da lui visti tante volte con gli occhi del colorista nella realtà della vita, ancora guizzanti e sgocciolanti nelle rotonde ceste dei pescatori, allo scarico sulla banchina del porto: ricci, frutti di mare, gamberi, aragoste, triglie, aringhe, murene, sgombri come son freschi e vivi nei quadri di questo pittore livornese. Ancora odorano di salsedine.
La visione sicura e calda del colore, l'intensità della gamma cromatica, la spontaneità e l'immediatezza della rappresentazione sono le caratteristiche della pittura di Bartolena. Egli possiede al sommo grado queste qualità primitive e grezze del pittore nato: per lui tutto è colore, accordo di toni cromatici quasi sempre intensi, gioiosi e squillanti. La sua pittura ha la lucentezza, la solidità e l'intensità coloristica della maiolica. I suoi colori non sembrano stesi sulla tela o sopra una tavoletta, ma permeati di una immateriale soluzione cristallina come smalti. Da ciò si immagini quali effetti egli riesca ad ottenere quando riproduce suppellettili di vetro e di porcellana, o, meglio ancora, rozze stoviglie di terracotta dipinta ad un sol colore, verdecupo, blu, terra d'ombra.
Recentemente egli ha ripreso anche, e con successo, il quadro di paese; è la stessa natura semi selvaggia, tra mare e maremma, che conosciamo già in Fattori e nei macchiaioli. Bartolena le rivive a modo suo, attraverso la sua visione ingenua, solida, a begli smalti squillanti: ma non è solo l'esteriore bellezza cromatica quella che ci attira nei suoi paesaggi; qualche volta egli è riuscito a renderci la poesia delle cose, il senso di un'ora, di una stagione o di un aspetto eterno della natura.
Tuttavia le cose dov'egli è più lui, sono i suoi frutti, i suoi fiori, i prodotti del mare e della terra, dell'orto e della pesca, dipinti e resi così come solo può fare chi li ama e li vive in sè. E in queste gli non ha nessuno che lo superi.
È dunque, la sua, una pittura essenzialmente realistica. Eppure, a indagare da vicino, si scopre che anch'essa, come ogni opera d'arte, matura di elementi lirico-pittorici. Altro è il modello di c natura morta » aringhe, aragoste o mazzi di verdure, o fiori, che egli ha davanti, altro il quadro che egli ne trae. I particolari inutili scompaiono, i colori masse cromatiche si dispongono in accordi armonici, rilevano rispondenze perfette. È la realtà vista da un pittore vero: perciò nulla di voluto e tutto di istintivo, spontaneo.
Con questo abbiamo anche implicitamente segnato i limiti entro cui si esplica l'arte di Giovanni Bartolena: ma ci premeva di presentarla nei suoi aspetti positivi, nei suoi caratteri di solidità, di sincerità, di intenso valore pittorico. Ed è un'arte, che messa al paragone con quella di molti pittori moderni anche famosi, s'impone di misura, nettamente.
Perchè è un'arte di sostanza e non d'apparenza.di cose e non di parole. Dunque, resterà

PAOLO TOSCHI


Ultimo aggiornamento 6 Giugno 2013
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